«In famiglia si è parenti nell’impresa si è soci»

Ad aiutare gli imprenditori nel ricambio servono i migliori: Cassa Padana ha chiamato i leader del settore, cioè
The European House Ambrosetti. Crisi di vocazione tra i giovani: solo 1 su 10 vuole entrare nell’azienda di famiglia.

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Lo riconoscono gli imprenditori stessi: il passaggio generazionale è una storica criticità per le imprese familiari. Infatti, solo il 30% delle imprese familiari sopravvive al fondatore, e solo il 13% arriva alla terza generazione. «Il passaggio generazionale è un tema cruciale per ogni azienda. Per essere di supporto agli imprenditori, Cassa Padana ha intrapreso un percorso che chiede a tutti noi di lavorare per conoscere a fondo l’azienda cliente e per accompagnare l’imprenditore nei processi centrali della vita di un’azienda: internazionalizzazione, trasformazione digitale, sviluppo con strumenti di finanza straordinaria. E anche passaggio generazionale». Con queste parole il direttore generale di Cassa Padana, Andrea Lusenti, ha aperto il convegno «Governance e continuità generazionale nelle imprese familiari» che si è svolto a Leno, nella sede centrale della banca.

«Il ricambio generazionale può essere un’opportunità» ha spiegato Sergio Simonini, consulente di Cassa Padana, moderatore dell’incontro. «Ogni successione è un processo da gestire e non un evento da subire. L’impresa è forte se la famiglia si dimostra forte».

Se prendiamo le aziende che fatturano più di 20 milioni ha sottolineato Simonini in Italia sono il 65% del totale. Di queste, il 20% ha un leader di oltre 70 anni, e il 18% deve stabilire nell’arco di tre anni il passaggio generazionale; ma il 60% non si è ancora deciso a questo passo e l’80% non ha deciso il successore. Infatti, di fronte al momento di nominare il successore, secondo Simonini, «hanno inizio i “mal di pancia” del “vecchio” imprenditore o perché non ritiene del tutto adeguato chi deve subentrare al timone dell’impresa, o perché ha il timore di non contare più nulla in azienda, o ancora perché ha paura che una volta scelto l’erede, si possano scatenare litigi, gelosie e rivalità nella stessa famiglia, più o meno allargata».

Noi siamo in grado di aggiungere altri dati interessanti, e che fanno sensazione: solo 1 studente su 10 (il 9% per l’esattezza) ha intenzione di entrare nell’impresa familiare entro 5 anni dalla fine degli studi. Anche per questo motivo i giovani under 30 con cariche di governance si sono ridotti di 130mila unità in dieci anni dal 2012 al 2022 -, mentre gli over 70 sono cresciuti di 280mila unità. Lo ha sottolineato l’indagine realizzata presso 19 università italiane dal Family Business Lasb della Liuc-Università Cattaneo in collaborazione con il Center for Young and Family Enterprise dell’università di Bergamo.

Ma chi sono questi studenti intervistati? Ecco fatto. L’82% sono nati dal 1996 in poi, 2 studenti su 3 frequentano ingegneria o economia & management, il 53% è di sesso maschile, il 40% circa delle aziende di famiglia ha tra i 20 e i 40 anni di attività, il 95% è definita una Pmi, nel 90% dei casi è guidata dai genitori e il 58% di questi ragazzi ha già avuto un’esperienza di lavoro nell’azienda di famiglia.

Il 3% entrerà nell’azienda di famiglia, ma ci resterà per poco perché poi svilupperà diversamente la sua carriera fondando una propria azienda (50%) o facendo il dipendente di altre aziende (43%). Il 5% entrerà nell’azienda di famiglia, ma in un secondo tempo dopo aver sviluppato altre esperienze di lavoro. Il 4% ha risposto che dopo gli studi ha già deciso di entrare nell’azienda di famiglia. Il totale fa il 9%.
Una crisi di vocazione imprenditoriale senza precedenti.
I motivi? Tanti. Soprattutto alcuni: 1) la piccola azienda di famiglia, soprattutto quella che non ha un proprio brand, agli occhi dei giovani non è così bella come per i genitori; 2) i ragazzi sono demotivati dai padri che continuano a ripetere «qui si è sempre fatto così»; 3) i fondatori lavorano sempre più a lungo nelle Pmi e così i giovani entrano a 30 anni nell’azienda di famiglia, vi rimangono in secondo piano per troppo tempo e, quindi, si stufano; 4) fuori è più facile far carriera velocemente; 5) il clima culturale e politico del Paese non favorisce il mestiere dell’imprenditore additato da più parti come un “prenditore”; 6) lo Stato con le sue norme e la burocrazia a tutti i livelli non incoraggia la nascita di nuove imprese e la continuazione di quelle esistenti. Il risultato? C’è un patrimonio di imprese che rischiano di non avere alcun avvicendamento al loro timone e, quindi, di essere svendute.

Da qui, la chiamata in campo di professionisti che supportano il passaggio generazionale e aiutano i “vecchi” imprenditori a programmare il ricambio trasmettendo ai giovani i valori della loro impresa che hanno fatto crescere con professionalità e dedizione.

Banca Padana ha chiamato i leader del settore invitando a Leno (Brescia), dove ha la sede centrale, due pezzi da novanta di «The European House Ambrosetti»: Luca Petoletti, socio di questo Studio, che ha già lavorato con 115 famiglie industriali, e Francesco Massignani, Senior professional di Ambrosetti.

I due hanno detto che, per garantire il passaggio generazionale e la continuità dell’impresa, «occorrono regole chiare ed esplicitate, condivise e assimilate dai membri della famiglia».

Per questo è necessario un «Patto di famiglia» da affrontare per tempo, con l’aiuto di consulenti esterni. Si tratta di un vero e proprio contratto, che richiede mesi di preparazione e formalizza tutti gli aspetti del ruolo della famiglia nell’impresa. E tra questi, i criteri per l’accesso di familiari in azienda, per i percorsi di carriera, la politica (e i limiti) dei compensi e dei benefit, i meccanismi di distribuzione di quote, azioni e dividendi.

Dove si scivola più spesso? Per Luca Petoletti «sul fatto di non riuscire a distinguere tra dinamiche familiari (uguaglianza) e aziendali (meritocrazia). Nel non rispetto dei ruoli apicali e operativi in azienda e di alcune regole di comportamento che devono essere esplicite. Nella scarsità di cura nella comunicazione e informazione interna. E, infine, nel non avere rispetto delle vocazioni e cura dei percorsi dei giovani.

«In famiglia si è parenti, nell’impresa si è soci» ha sintetizzato Francesco Massignani.

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